
Resinotipia
La Resinotipia è un raffinato procedimento di stampa fotografica “alle polveri”, l’unico metodo storico totalmente attribuibile a un inventore italiano, Rodolfo Namias, che lo presentò nell’ottobre del 1922 sulle pagine della rivista “Il Progresso Fotografico”. Derivata dal perfezionamento di altri processi di stampa alle polveri come quelli di Garnier & Salmon e Sobacchi, si distingue per essere un processo “autopositivo”: richiede infatti un trasparente positivo (diapositiva) per generare l’immagine finale.
Il meccanismo chimico-fisico si basa sulla proprietà della gelatina, originariamente sensibilizzata con bicromato, di indurirsi (insolubilizzarsi) se colpita dalla luce ultravioletta. Dopo l’esposizione, il foglio viene lavato e immerso in un bagno di acqua calda (tra i 30° e i 40°C) — la gelatina non indurita dalla luce, corrispondente alle zone d’ombra, assorbe acqua e rigonfia, diventando viscida e appiccicosa. Su questa superficie viene sparsa una speciale “polvere resinosa”, ottenuta fondendo insieme pigmento e colofonia (pece greca). La polvere aderisce selettivamente solo alle parti rigonfie e appiccicose, mentre viene rimossa dalle zone chiare che sono state indurite dall’esposizione. L’immagine viene infine fissata tramite una parziale fusione della resina esposta al vapore acqueo o al calore.
Esteticamente, la resinotipia offre un inconfondibile aspetto “vellutato” e “terroso”. Il fascino della stampa risiede nel contrasto tra la lucentezza della gelatina nelle luci e l’opacità granulosa dei neri profondi. Poiché l’operatore può modellare i toni asportando o aggiungendo polvere con i pennelli, ogni stampa è un opera unica, espressione diretta della creatività del fotografo.



